La sanità territoriale che non c'è: un'opportunità ancora da cogliere

Carenza di medici, pronto soccorso saturi e riforme che stentano a decollare: origini, nodi irrisolti e opportunità di una crisi che si può risolvere

La sfida delle cure territoriali

Una persona su dieci, in Italia, ha rinunciato nell'ultimo anno a una visita medica o a un esame diagnostico. Non per mancanza di volontà, ma per attese troppo lunghe, distanze eccessive o costi insostenibili. È il segnale di un sistema sotto pressione: l'Italia invecchia, la quota di over 65 è destinata a raggiungere il 34% entro il 2050 (ISTAT), e con essa cresce il peso delle patologie croniche. Quattro italiani su dieci convivono già con almeno una malattia cronica, uno su cinque con patologie multiple: condizioni che richiedono cure continue e radicate sul territorio, non solo accessi episodici all'ospedale.

Un sistema ancora centrato sull'ospedale

L'Italia ha costruito nel secondo dopoguerra un Servizio Sanitario Nazionale tra i più apprezzati al mondo, fondato sull'universalità dell'accesso e sull'equità delle cure. Tuttavia, la sua architettura ha mantenuto nel tempo un centro di gravità ben preciso: l'ospedale. Secondo i dati del Ministero della Salute (Relazione sullo Stato Sanitario del Paese 2022-2023), circa il 46% della spesa sanitaria pubblica è destinata all'assistenza ospedaliera, contro una quota del territorio che si attesta attorno al 28%. Quest'ultima lascia la rete territoriale cronicamente sottodotata: sono proprio le risorse che mancano al territorio quelle che potrebbero finanziare presidi di prossimità, équipe multiprofessionali e servizi di prevenzione. Il risultato: il pronto soccorso diventa il punto di accesso residuale per chi non trova risposta altrove. Tra il 25 e il 30% degli accessi al pronto soccorso riguarda codici bianchi e verdi — situazioni non urgenti che avrebbero dovuto essere gestite altrove — con ricadute dirette su tempi di attesa, costi e qualità percepita delle cure.

La crisi silenziosa della medicina di famiglia

All'invecchiamento della popolazione si contrappone una progressiva contrazione dell'offerta: nei prossimi cinque anni andranno in pensione oltre 15.000 medici di base e i giovani specializzandi faticano a rimpiazzarli, scoraggiati da una formazione lunga, borse tra le più basse d'Europa e dall'obbligo di sostenere in proprio i costi di apertura dello studio. Il risultato è già visibile: in molte aree del Mezzogiorno, nelle periferie urbane e in diverse province del Nord, migliaia di assistiti sono senza medico di riferimento o attendono mesi per la prima visita. Una fragilità strutturale che rischia di amplificare il carico sugli ospedali proprio nel momento in cui la pressione demografica lo renderebbe insostenibile.

Le riforme e il nodo dell'attuazione

Il quadro normativo degli ultimi anni ha tentato di rispondere a questa crisi con strumenti ambiziosi. Il Decreto Ministeriale n. 77 del 2022 ha ridisegnato il modello organizzativo dell'assistenza territoriale, introducendo:

  • Case della Comunità: hub di servizi sanitari e sociali aperti al territorio
  • Ospedali di Comunità:strutture di ricovero a bassa intensità clinica, per chi non necessita dell'ospedale ma non può essere gestito a domicilio
  • Centrali Operative Territoriali: nodi di coordinamento tra i diversi livelli di cura

Il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR) ha stanziato circa 7 miliardi di euro, destinati tra l'altro alla realizzazione di 1.350 Case della Comunità e 400 Ospedali di Comunità entro il 2026. L'avanzamento, tuttavia, è stato lento e disomogeneo: il monitoraggio di AGENAS ha rilevato a fine 2024 un significativo ritardo in molte regioni rispetto agli obiettivi intermedi del PNRR, con una marcata eterogeneità tra Nord e Sud. In alcune regioni meridionali, la quota di strutture operative è ancora lontana dai target previsti per il 2026, e il gap rischia di tradursi in un ulteriore svantaggio per i territori già più fragili. Il rischio concreto, già segnalato dagli operatori del settore, è che le nuove strutture diventino contenitori inaugurati formalmente ma privi del personale medico e infermieristico, dei sistemi informativi e dei modelli organizzativi necessari per erogare concretamente le prestazioni per cui sono state progettate. A complicare il quadro, il progetto di trasformare i medici di medicina generale da professionisti convenzionati a dipendenti del SSN — con obbligo di operare nelle Case di Comunità — si è arenato per le resistenze interne alla maggioranza di governo. A ridosso della scadenza PNRR del 30 giugno 2026, Regioni e Ministero hanno utilizzato un accordo ponte: sei ore settimanali nelle strutture territoriali, senza toccare lo status giuridico dei medici di base. Un compromesso che rispetta formalmente i target europei, ma lascia irrisolti i nodi strutturali del modello organizzativo territoriale.

I modelli che indicano una strada

Non mancano esperienze che dimostrano come una sanità territoriale efficace sia possibile. A livello europeo, i Gesundheitszentren austriaci e i modelli scandinavi di primary care offrono riferimenti consolidati: nei paesi in cui il medico di famiglia lavora in équipe multiprofessionali con supporto infermieristico dedicato, i tassi di ospedalizzazione evitabile risultano significativamente più bassi e la soddisfazione del paziente più alta.

Accanto alle riforme sistemiche, anche le aziende che operano nel settore sanitario possono giocare un ruolo attivo nel migliorare l'efficienza e la qualità delle cure. Alcune leve di intervento sono già disponibili, senza attendere ulteriori aggiornamenti normativi:

  • Investire nell'innovazione tecnologica: adottare soluzioni digitali per la gestione dei dati clinici, l'interoperabilità tra sistemi e il supporto alla diagnosi, con ricadute dirette sulla riduzione dei tempi di risposta e degli errori amministrativi.
  • Efficientare i processi organizzativi: rivedere i flussi interni di lavoro, ridurre i tempi morti tra prenotazione, visita e referto, e ottimizzare l'uso delle risorse disponibili applicando principi di lean management alla sanità.
  • Sviluppare e scalare la telemedicina: investire in infrastrutture di televisita e telemonitoraggio che consentano la presa in carico continuativa dei pazienti cronici, riducendo gli accessi impropri al pronto soccorso e migliorando la qualità di vita degli assistiti.
  • Formare il personale alla cultura digitale: dotare medici, infermieri e operatori delle competenze necessarie per utilizzare efficacemente gli strumenti digitali, trasformando la tecnologia da ostacolo percepito a risorsa operativa.