Ottobre in rosa: il mese della prevenzione del tumore al seno

Dalla nascita del simbolo agli strumenti della diagnosi precoce: perché la prevenzione del tumore al seno resta una priorità per i professionisti sanitari

Le origini del nastro rosa

Il simbolo nasce negli Stati Uniti. Nel 1991 Charlotte Haley, sopravvissuta alla malattia, distribuisce nastri color pesca per chiedere più risorse per la prevenzione; nel 1992 Alexandra Penney, giornalista della rivista Self, ed Evelyn Lauder, dirigente di Estée Lauder, rilanciano l'idea in rosa, distribuendo nel tempo oltre 70 milioni di nastri.

Da quel momento l'iniziativa assume una dimensione globale. Nel 1993 Evelyn Lauder fonda la Breast Cancer Research Foundation, che adotta il nastro rosa come simbolo. Ottobre, dedicato negli Stati Uniti alla sensibilizzazione già dal 1985, diventa un appuntamento internazionale, scandito da corse, camminate e illuminazioni in rosa di monumenti. Nel 2021 l'OMS ha lanciato la Global Breast Cancer Initiative, con l'obiettivo di ridurre la mortalità del 2,5% ogni anno ed evitare 2,5 milioni di decessi entro il 2040.

In Italia il mese rosa è legato soprattutto alla campagna Nastro Rosa della LILT (Lega Italiana per la Lotta contro i Tumori). L'edizione 2026 ha scelto il claim “Il primo passo”, dedicato all'autopalpazione come gesto iniziale di conoscenza del proprio corpo, e coinvolge 105 associazioni provinciali in visite e incontri informativi.

Il tumore al seno in cifre

Secondo l'Organizzazione Mondiale della Sanità, nel 2024 circa 2,4 milioni di donne hanno ricevuto una diagnosi di tumore al seno e circa 694.000 persone sono decedute a causa della malattia, che risulta il tumore femminile più frequente in 164 Paesi su 186. Il volume “I numeri del cancro in Italia 2024” (AIOM, AIRTUM, Fondazione AIOM e PASSI) stima oltre 53.000 nuove diagnosi, pari al 30,3% di tutti i tumori femminili.

I dati raccontano però anche importanti progressi: nei Paesi ad alto reddito la mortalità standardizzata per età si è ridotta di circa il 40% tra gli anni Ottanta e il 2020 (OMS), mentre in Italia la sopravvivenza a cinque anni supera l'88% (LILT).

Stili di vita e fattori di rischio

Secondo la LILT, circa il 40% dei tumori al seno potrebbe essere evitato adottando stili di vita sani: mantenere un peso adeguato, soprattutto dopo la menopausa, praticare attività fisica con regolarità, limitare il consumo di alcol, seguire un'alimentazione equilibrata ed evitare il fumo. Su questi fattori il professionista sanitario può intervenire in modo concreto attraverso il counseling. In anamnesi vanno poi considerati i fattori non modificabili: età, predisposizione genetica (le forme ereditarie rappresentano il 5-10% dei casi e circa la metà è legata a mutazioni dei geni BRCA1 e BRCA2, secondo AIRC), storia ormonale e riproduttiva e precedenti irradiazioni del torace.

Gli strumenti della diagnosi precoce

Il tumore al seno è uno dei pochi tumori per cui esiste uno screening organizzato della popolazione, e lo stadio alla diagnosi fa una differenza enorme: secondo il National Cancer Institute statunitense, la sopravvivenza a cinque anni è praticamente del 100% quando la malattia è localizzata, scende all'87,5% con interessamento dei linfonodi regionali e al 33,8% in presenza di metastasi a distanza. In Italia lo screening organizzato invita le donne tra 50 e 69 anni a una mammografia gratuita ogni due anni, e alcune Regioni hanno esteso in via sperimentale la fascia ai 45-74 anni, in linea con la Raccomandazione del Consiglio dell'Unione Europea del dicembre 2022.

La diagnosi precoce combina consapevolezza della donna, valutazione clinica e indagini strumentali, con strumenti complementari:

  • Autopalpazione: non sostituisce lo screening, ma educa la donna a conoscere il proprio seno e a riconoscere precocemente noduli, retrazioni o alterazioni della cute e del capezzolo. Va eseguita con regolarità e il professionista ha un ruolo chiave nell'insegnarne la tecnica, anche con l'aiuto di simulatori e modelli anatomici dedicati.
  • Esame clinico senologico: ispezione e palpazione eseguite dal medico o dall'ostetrica, utili per valutare simmetria, noduli, retrazioni cutanee, secrezioni e linfonodi ascellari e sovraclaveari.
  • Mammografia digitale e tomosintesi: la mammografia è l'esame di riferimento per lo screening, in grado di individuare lesioni non palpabili e microcalcificazioni. La tomosintesi, o mammografia 3D, acquisisce immagini a strati sottili e riduce l'effetto di sovrapposizione dei tessuti, risultando particolarmente utile nel seno denso e nei casi dubbi.
  • Ecografia mammaria: indagine complementare e priva di radiazioni ionizzanti, di prima scelta nelle donne giovani e preziosa in presenza di tessuto ghiandolare denso. Consente di distinguere le formazioni cistiche da quelle solide e di guidare con precisione eventuali prelievi.
  • Risonanza magnetica: riservata a indicazioni specifiche, come la sorveglianza delle donne ad alto rischio genetico, la stadiazione preoperatoria o la soluzione di quadri non chiariti dagli altri esami.
  • Agobiopsia: di fronte a un reperto sospetto, il prelievo con ago sottile (esame citologico) o con ago tranciante (esame istologico), eseguito sotto guida ecografica o stereotassica, permette di arrivare alla diagnosi definitiva in modo mininvasivo.

In questo percorso il ruolo del professionista sanitario è decisivo. Medici di medicina generale, ginecologi, ostetriche, infermieri e farmacisti, spesso primo punto di contatto con la paziente, possono verificare l'adesione agli inviti dello screening, raccogliere un'anamnesi familiare accurata e indirizzare tempestivamente agli approfondimenti senologici.